Azeel, 1 anno, sopravvissuta al naufragio

28/08/2015

“Io so nuotare, ma lei no…e come potevo tirarla fuori dall’acqua mentre tutte le altre persone cercavano di rimanere a galla?”

Mohammed, 35 anni, stringe tra le braccia sua figlia Azeel, di un anno, mentre sua moglie Diana, con gli occhi ancora lucidi e rossi per l’acqua salata, cerca di calmarsi. Ora sono al sicuro, nella clinica a bordo della nostra nave Dignity I, dopo il soccorso in mare, nel Mediterraneo.

Questa famiglia palestinese era a pochi secondi dal perdere la propria figlia, quando il barcone di legno sovraccarico che li stava portando in Europa perde l’equilibrio e si capovolge a 14 miglia dalla costa libica. Azeel era già sott’acqua quando Mohamed è riuscito ad afferrarla e tirarla fuori.

“La barca ha cominciato ad avere problemi appena abbiamo lasciato la Libia. È stato necessario rimuovere l’acqua dal motore. Le cose sembravano andare meglio e il mare era calmo. Poi, improvvisamente, la barca ha cominciato a muoversi e a oscillare e ci siamo resi conto che stavamo affondando“.

Quando con la Dignity I siamo arrivati sul posto, non c’era nient’altro che resti della barca di legno a cui Mohammed, Diana e Azeel erano aggrappati per fuggire dalla guerra e dall’instabilità in Libia, dove vivevano.

“Il paese è diviso tra ribelli e militari. Non c’è futuro lì per noi, per nostra figlia. In Libia siamo stati trattati come la peggior specie di esseri umani e la gente ha abusato di noi. Dovevamo fuggire”.