“Ho combattuto contro la morte. Oggi aiuto chi affronta gli stessi ostacoli”

27/01/2016

Jamal Afshar ha 34 anni ed è originario dell’Afghanistan. Dopo un lungo viaggio per fuggire dal proprio paese, lavora oggi come  mediatore culturale MSF a Gorizia.

In questi anni ho affrontato molte difficoltà: sono stato rimpatriato due volte in Grecia, sono stato espulso svariate volte e costretto a vivere nei CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Francia, Inghilterra e Grecia, capisco le paure e le difficoltà di chi come me si è trovato in questa situazione di futuro incerto. La prima volta sono arrivato in Italia nel 2005, sono passato di qui per raggiungere l’Inghilterra. Ora, dopo aver rischiato la vita e aver attraversato tutte queste difficoltà, mi è stata riconosciuta la protezione internazionale, sono contento di poter lavorare con MSF e fornire un’accoglienza e un alloggio adeguato ai richiedenti asilo che arrivano  in cerca di un riparo, cibo, assistenza medica e protezione.

Ho iniziato a lavorare con MSF girando tra i vari porti della Sicilia per fornire supporto psicologico, insieme ad un team composto da uno psicologo e da vari mediatori culturali. Ho incontrato i sopravvissuti del Mediterraneo, e in particolare chi ha affrontato esperienze traumatiche durante il viaggio. Non è sempre stato facile assorbire il dolore degli altri, a volte non riuscivo a trattenere le lacrime. Ho provato emozioni fortissime, ma ero soddisfatto di poter aiutare le persone che avevano bisogno di supporto o informazioni, proprio come me appena arrivato, quando ero stanco e confuso e fragile, come loro adesso. Mi piace pensare al mio lavoro come a un’opportunità concreta per aiutare chi ha bisogno.

Mi ricordo di un episodio avvenuto quest’estate, a Palermo. Ho supportato un signore nigeriano che aveva perso la sua compagna durante il viaggio. Era vivo ma immobile. Non riusciva a mangiare e a camminare da solo. Gli sono stato molto vicino, sapevo che stava provando un dolore immenso, ma gli consigliavo di condividerlo con gli altri e di non restare mai solo. Mi diceva sempre che gli faceva male il cuore e non sarebbe riuscito a riconoscere il corpo della sua compagna. 

La preoccupazione maggiore delle persone che incontro facendo il mio lavoro di mediatore culturale è di non sapere come andrà a finire il loro viaggio. Sono confusi, alcuni hanno necessità mediche, altri vogliono raggiungere un’altra destinazione, per rivedere la famiglia che vive altrove e ti chiedono consigli. Si vede nei loro occhi la preoccupazione, sono disorientati perché non sanno come funziona il sistema. Hanno paura. Anch’io ho avuto paura di morire in tantissime occasioni durante il mio viaggio, ho avuto paura di annegare quando stavo attraversando il Mar Egeo, oppure quando sono rimasto nascosto tre ore sotto il cassone di un Tir tra la Francia e l’Inghilterra. Ho combattuto contro la morte mentre cercavo di sopravvivere con la neve che mi arrivava in faccia. Non so come, con solo due mani attaccate al tir e la schiena appoggiata sul tubo che collegava le ruote, sono riuscito ad arrivare in Inghilterra. 

Purtroppo c’è un’Europa che accoglie, ma c’è anche un’Europa che non vuole ascoltare le testimonianze di chi viene maltrattato in Turchia, in Grecia, in Bulgaria e in Serbia e non vuole interrogarsi sul perché esiste questa violenza ai confini. Quest’Europa dovrebbe riconoscere il diritto di queste persone a essere trattate come esseri umani. Anch’io sono stato maltrattato in Turchia, i trafficanti ci hanno umiliato. A Istanbul sono rimasto chiuso in una casa per 20 giorni, ho cercato di scappare, mi hanno picchiato e torturato, infilandomi del whisky nelle narici. In Grecia, invece, sono scappato perché non volevo essere identificato, mi hanno preso, picchiato e costretto a lasciare le impronte anche se non volevo, sono stato trattenuto in un CIE e poi mi hanno dato un foglio di via, dicendomi che dovevo lasciare il paese. 

La mia presenza qui a Gorizia è importante per mostrare alle persone che arrivano un esempio positivo di integrazione, per rassicurarli e farli sentire a loro agio. Anch’io ho attraversato diversi paesi ed è stato molto difficile perché non ho mai trovato qualcuno disposto a sforzarsi per farmi comprendere il contesto, non solo nella mia lingua. Nessuno mi ha accompagnato e mi ha spiegato cosa mi stava succedendo, mi sono sempre dovuto arrangiare da solo, tramite amici che erano qui. È fondamentale avere qualcuno che parla la tua lingua, che ti capisce, che ti spiega la situazione in cui ti trovi, che ti rassicura sulla procedura legale.  Sono contento di essere qui a Gorizia. Posso incoraggiare e sostenere i ragazzi che arrivano. Anch’io nonostante gli ostacoli, ho sempre cercato di raggiungere il mio obiettivo e di essere forte.

Testimonianza di Jamal Afshar, mediatore culturale e logista MSF a Gorizia.