La vita è tutto

13/11/2016

“Siamo come Jack e Rose del Titanic su questa barca di MSF” sorride Dejen mentre abbraccia Lula. Hanno poco più di vent’anni. Si guardano, si amano. Sembra che stiano vivendo tutto questo come una grande avventura.

Ma basta chiedere da dove vengono per vedere quelle espressioni cambiare, le labbra incurvarsi. “Siamo eritrei. Nel nostro Paese l’unica cosa che puoi fare è il soldato…uomo o donna non fa differenza. I diritti delle persone non esistono”.

In una delle ultime operazioni in mare della Bourbon Argos, delle 797 persone soccorse, la maggior parte di loro vengono proprio dall’Eritrea. Hanno attraverso il Sudan, hanno affrontato il deserto, hanno provato terrore in Libia. Eppure hanno la forza per andare avanti. “Life is everything” leggo sulla mano di Josef, è il suo tatuaggio. La vita è tutto – dice Josef – ma non è vita senza libertà.

Jewel viene da ancora più lontano, dal Bangladesh. Ha 25 anni e per fare questo viaggio la sua famiglia ha dovuto pagare ai trafficanti più di 7.000 dollari. Nei 4 mesi trascorsi in Libia, ha vissuto in un cortile, insieme ad altre  centinaia di persone, con un solo bagno, un solo pasto al giorno. “Quando ci siamo imbarcati di notte a Sabrata, in 700 su una barca di legno, a me non hanno dato il giubbotto di salvataggio…non avevo pagato abbastanza. Ho provato a protestare ma mi hanno detto di stare zitto e restare al mio posto, puntandomi il fucile in faccia. Loro non scherzano. Ti ammazzano davvero. Sono stato picchiato solo per aver chiesto qualcosa da mangiare”.

Sul ponte dell’Argos, a ogni passo che fai ti imbatti in una storia che merita ascolto. A bordo, ognuno degli ospiti ha i suoi motivi per aver dovuto lasciare casa, le sue cicatrici sul corpo e nell’anima. Mentre parlano, padre e figlio più piccolo si stringono la mano. Hanno origini palestinesi ma vivono da molti anni in Libia. La madre non c’è, è stata rapita, hanno chiesto un riscatto che la famiglia non poteva permettersi…non hanno più notizie di lei. Il figlio più grande ha ancora i segni di un proiettile sul braccio. “Non mi interessa più della mia vita, ho affrontato tutto questo solo per loro, per i miei figli, voglio che abbiamo un futuro”. Le lacrime passano dagli occhi del padre a quelle del figlio.

C’è chi scappa dalla guerra a 75 anni. Viene dal Sud della Siria ed è insieme alla moglie e alle loro due figlie. Sono passati per il Libano, poi Sudan e infine Libia. “Oggi in Siria sopravvivi solo se fai brutte cose. Io non potevo vivere così. Le mie figlie non potevano vivere così, una fa l’ingegnere – dice orgoglioso – e l’altra studia economia”.

Sono come Jack e Rose, ripenso. Speriamo che ad accoglierli non trovino l’indifferenza disumana dell’Europa. Fredda come un iceberg.

Maria Carla Giugliano, communication officer MSF