“In Eritrea il governo è crudele”

11/11/2015

Michael e suo figlio sono scappati dall’Eritrea e sono stati soccorsi dalla nostra nave in mezzo al Mediterraneo.
A bordo, Michael ci ha raccontato la sua storia e le ragioni della sua fuga. Non avevano altra scelta.

La vita in Eritrea è bella, è il nostro governo che è crudele; le leggi sono fuori controllo. Abbiamo abbastanza cibo, abbastanza acqua e abbastanza lavoro ma quello che ci manca sono i diritti, non c’è democrazia. L’unica soluzione che abbiamo è andarcene, ma per farlo non possiamo chiedere aiuto ad altri governi, è per questo motivo che intraprendiamo viaggi pericolosi. Decidiamo di mettere le nostre vite nelle mani di Dio.

Quando ho detto a mia madre che sarei andato in Libia per poi da lì provare ad arrivare in Europa, mi ha implorato di non farlo. Era spaventata perché moltissimi eritrei sono morti così. Tre anni fa il mio migliore amico è morto sulla strada per l’Europa e pochi mesi fa anche mio cugino ci ha provato: ma è stato catturato dall’ISIS e ucciso. Ciò nonostante non potevo stare ad ascoltare mia madre, sapevo che il viaggio sarebbe stato lungo e pieno di pericoli ma non potevo scegliere di restare a casa.

Ho provato ad andar via per la prima volta nel 2012, ma sono stato catturato e messo in prigione. Alla fine sono riuscito a entrare in Etiopia, dove c’è democrazia e, invece, manca il lavoro. Da lì sono andato a Karthoum in Sudan e ho intrapreso il mio viaggio attraverso il deserto fino alla Libia.
Il Sahara è un posto molto pericoloso, vedi tantissimi morti. Sei persone che stavano viaggiando con me sono morte sulla strada per Ajdabiya. Ajdabiya è un brutto posto, è qui che abbiamo pagato i trafficanti. Chiedevano molti soldi, ma per fortuna ho avuto un aiuto da parte di mio fratello che vive in Israele, e dalla sorella di mia moglie, che sta in Svezia.

Per arrivare a Tripoli abbiamo dovuto superare molti check point e ci sono voluti 8 giorni. Eravamo molto spaventati. Se l’Isis ti trova ti uccide, se la polizia ti trova ti rapina. In Libia è come se tutti, grandi o piccoli, avessero un’arma. Una volta arrivati a Tripoli abbiamo trovato rifugio in una casa molto grande con altre 700 persone, eravamo divisi in uomini e donne, oltre che per nazionalità. Di notte era impossibile dormire perché sentivamo i colpi di arma da fuoco fuori dalla casa – non c’è pace in Libia.

Dopo 12 notti a Tripoli siamo stati messi su un piccolo gommone nel cuore della notte. Poi ci hanno fatto salire gruppo dopo gruppo su una barca più grande di legno. Ero con altri 200 uomini nello scafo, sotto il ponte – l’acqua entrava, avevamo caldo e il motore faceva moltissimo rumore. Le donne, i bambini e i tre piloti erano sopra, ma erano persone come noi, né scafisti, né capitani. Pregavamo Dio che ci facesse sopravvivere al viaggio, molte ragazze piangevano.

Dopo 7 ore siamo stati trovati dalla MY Phoenix, ci hanno salvato loro. Ora voglio andare in Svezia. Lì è bello, sanno dei problemi dell’Eritrea e per questo ci aiuteranno. Mia moglie vuole andare in Olanda, ma ne parleremo…