“Sono stata picchiata a mani nude, con i bastoni, con le pistole”

21/07/2015

Agnes, 30 anni, e suo marito sono fuggiti dall’Eritrea con l’obiettivo di raggiungere l’Europa. Non essendo riusciti a raccogliere abbastanza soldi per il viaggio di entrambi, suo marito è stato costretto a rimanere in Sudan mentre Agnes e sua figlia di 2 anni hanno continuato da sole.

Abbiamo conosciuto Agnes a bordo della Phoenix, una delle tre navi impegnate nelle nostre operazioni di soccorso nel Mediterraneo.

“Ho lasciato l’Eritrea quattro anni fa con mio marito. Mio marito ha dovuto servire l’esercito e non poteva provvedere a noi. Se avesse lasciato l’esercito, sarebbe stato messo in prigione. Molte persone in Eritrea vanno in prigione senza motivo.

Quando siamo partiti, siamo andati in Sudan. Abbiamo passato tre anni andando da un posto all’altro, cercando lavoro e mettendo da parte i soldi necessari per il viaggio in Italia. Alla fine abbiamo raccolto un po’ di soldi, ma non era abbastanza per entrambi, così sono partita con mia figlia. Mio marito non sarebbe potuto venire con noi.

Attraversare il deserto tra il Sudan e la Libia è stato molto difficile. Ci sono voluti 7 giorni non-stop in un’automobile piena di gente.
Dopo avere oltrepassato il confine, ci siamo mossi da una città all’altra fino ad arrivare a Tripoli. Abbiamo viaggiato in container come oggetti, come animali. Era molto buio nei container e faceva caldo. Molte persone sono svenute per il calore e alcune sono morte.

La Libia è un posto pericoloso. Ci sono molti uomini armati. Alcuni di loro sono Da’esh (Stato Islamico). Hanno ucciso molte persone e compiuto molti rapimenti.

Quando siamo arrivate a Tripoli, ci hanno chiuso dentro una casa in 600/700. Non avevamo acqua per lavarci, poco cibo ed eravamo costretti a dormire uno sull’altro. È stato molto difficile per mia figlia – si è sentita male diverse volte.

C’era tanta violenza. Sono stata picchiata a mani nude, con i bastoni, con le pistole. Se ti muovevi, ti picchiavano. Se parlavi, ti picchiavano. Abbiamo passato due mesi così, picchiati ogni giorno.

Ci hanno chiesto di pagare per andare in Europa, così ho pagato 1.700 dollari per me e mia figlia. Siamo state fortunate perché le donne e i bambini venivano messi sul ponte della barca. Le persone che erano sotto rimanevano al buio e dovevano sopportare un caldo impossibile! Sentivo alcuni di loro dire che non riuscivano a respirare.

Sapevo che il viaggio sarebbe stato molto pericoloso e difficile, specialmente per mia figlia. Ma qual era l’alternativa? Non potevamo sopravvivere in Eritrea o nel Sudan. Il nostro governo non permetteva alle persone di andare via. In Eritrea con i nostri documenti non c’era altro per noi che arrivare in Europa”.